RASSEGNA STAMPA / Il Prof. Foad Aodi intervistato da Al-Qahera News. “Reti cerebrali e rischio ADHD nella prima infanzia”
Il Prof. Foad Aodi: «Serve identificare i segnali prima dell’ingresso a scuola, con un lavoro di squadra»

Il Prof. Foad Aodi: «Serve identificare i segnali prima dell’ingresso a scuola, con un lavoro di squadra»
ROMA – Le ricerche sulle reti cerebrali in età prescolare mostrano che determinati pattern possono indicare un rischio aumentato di sviluppare ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività). In un’intervista ad Al-Qahera News – Ecco il Cairo, la Capitale delle Notizie, il Prof. Foad Aodi, esperto di salute globale e presidente di AMSI, UMEM e Movimento Uniti per Unire, ha sottolineato la necessità di riconoscere i segnali già nei primi anni di vita e di intervenire con un approccio multidisciplinare che coinvolga famiglia, scuola e sistema sanitario.
Tipologie di disturbi e comportamenti osservati
Secondo Aodi, due grandi categorie di disturbi colpiscono i bambini in età precoce:
- ADHD, che si manifesta con difficoltà di attenzione e tre principali modalità: attenzione intermittente, scarsa concentrazione con cali improvvisi e totale disattenzione accompagnata da comportamenti di disturbo verso i compagni;
- Disturbi cognitivi legati al quoziente intellettivo, con impatto diretto sulle capacità di apprendimento.
«L’identificazione precoce è fondamentale – spiega Aodi –. Possiamo prevenire problemi di classe e favorire la concentrazione degli alunni. Per ogni bambino, a ogni livello, esistono soluzioni adeguate».
L’approccio multidisciplinare
Nel centro medico diretto da Aodi opera un’équipe di specialisti: neuropsichiatri infantili, psicologi, neurologi pediatrici, logopedisti e terapisti dell’apprendimento. Ogni professionista ha un ruolo specifico, ma il lavoro è collettivo, per una presa in carico completa del bambino e della famiglia.
Le cause: genetica e fattori ambientali
Una percentuale molto alta dei casi – circa il 92% – ha un’origine genetica, con trasmissione da uno dei genitori. Aodi sottolinea anche il ruolo dei fattori ambientali, come l’esposizione della madre in gravidanza a sostanze tossiche, che possono compromettere le neurotrasmissioni: la ridotta disponibilità di neurotrasmettitori nel sistema nervoso è tra le cause principali dei disturbi citati.
Il ruolo dei genitori e della scuola
La madre è spesso la prima a notare comportamenti anomali, come iperattività, disattenzione o movimenti ripetitivi. Questi segnali devono essere riportati al pediatra, che può prescrivere risonanza magnetica e altre indagini per una diagnosi precisa.
La collaborazione con la scuola è cruciale: docenti formati possono adattare il percorso educativo e individuare tempestivamente eventuali peggioramenti.
Trattamenti e prognosi
Il trattamento, spiega Aodi, è basato su programmi personalizzati di terapia comportamentale a scuola e, quando necessario, sull’uso di farmaci (come il metilfenidato) per regolare i neurotrasmettitori. La cura richiede anni, non mesi, e il successo dipende dalla gravità del disturbo e dalla continuità del supporto.
Nei casi più gravi, soprattutto quando sono presenti anche difficoltà familiari, economiche o sociali, il disturbo può persistere fino all’età adulta. Nei casi lievi e moderati, invece, l’intervento precoce può consentire un buon reinserimento scolastico e sociale.
Conclusione
«Prima vediamo, meglio interveniamo – conclude Aodi –. L’ADHD e i disturbi correlati vanno affrontati con diagnosi precoce, supporto familiare, collaborazione scolastica e assistenza sanitaria coordinata. Solo così possiamo dare a ogni bambino le migliori possibilità di crescita e integrazione».
PUOI SEGUIRE L’INTERA INTERVISTA IN ARABO SU QUESTO LINK:




